Tre storie di latte: cronache di una mamma e dei suoi allattamenti

LatteIl piccoletto ha compiuto sei mesi. Tic tac, il tempo è volato. Dicono sia ora di iniziare a mangiare come i grandi ma noi cincischiamo ancora un po’. Sará che ancora il botolo rotola ma fatica a stare seduto, sarà che gioca con quello che gli offro (per ora mela sbucciata e carota) ma non porta alla bocca, sará che è estate, lo dicono tutti che non si inizia col caldo no? (Bugia!iniziate quando è il momento e se fa caldo proporrete qualcosa di adeguato), sará che lui ha la tosse (e questo sì che può indisporre un bimbo), sarà che anche io, proprio come tutte le mamme del mondo, sto vivendo un momento di esitazione, sará che qui si poppa ancora come se fosse il primo giorno e come se non ci fosse un domani?Ma niente, qui siamo fermi ai blocchi.

Visto che ancora non sono in grado di raccontare l’introduzione ai cibi solidi del burroso (ci sto lavorando, giuro), metterò a disposizione di chi vorrá leggere la mia esperienza di mamma e donna normale alle prese con tre cuccioli d’uomo, ognuno diverso dall’altro, da nutrire nei loro primi mesi di vita.

Prima di partire due doverose premesse.

  1. sono consapevole e convinta che il latte materno rappresenti la soluzione più appropriata per ogni bambino: costo zero, sempre pronto, temperatura giusta, nutrizionalmente personalizzato per il proprio destinatario.
  2. sono portatrice sana di una taglia seconda scarsa, non lievitata nemmeno durante la gravidanza salvo subire un piccolo upgrade ad una seconda abbondante o terza scarsa durante l’allattamento, che non oso immaginare cosa mi restituirá, ma questa è un’altra (triste) storia. Questo comportamento anomalo del mio seno, non mi ha certo garantito in partenza una grande fiducia sulle mie potenzialitá di madre nutrice (ho detto mucca?)

Detto ciò, cercherò di ricostruire quanto è capitato negli ultimi quattro anni nella mia personale pianura.

Quando nacque Allegra, era come se tutto dovesse finire col parto, cioè ero davvero preparatissima su quello e infatti l’ho affrontato e vissuto esattamente come speravo. Non immaginavo che il bello dovesse ancora arrivare e che il tempo per riprendermi dall’impresa compiuta e per gongolarmi un po’, magari riposare un attimo, non fosse proprio previsto. La piccola scimmia urlatrice, pelosetta con faccia da picchiatore, piangeva fortissimo e pare che volesse proprio me, nello specifico le mie tette. Si attaccava con forza,così giá al giorno 2 sono comparse le ragadi. Nella mia mente risuonava un’unica frase:”l’allattamento è un momento bellissimo, di piacere reciproco, se fa male l’attacco è sbagliato, bisogna correggerlo immediatamente“. La parola che più mi faceva male era SBAGLIATO, cioè io, IO, stavo sbagliando, IO non ero in grado di correggere questo dannato attacco, IO non ero capace di nutrire mia figlia, IO se non avessi corretto il maledetto attacco avrei fallito. Ma come fare? Nessuna ostetrica o puericultrice mi diede mai la risposta esatta, e questo mi faceva arrabbiare, mi sentivo frustrata. In realtá stavo imparando sulla mia pelle le basi della maternitá: la teoria del “dipende”, quella per cui nessuno mai ti dará una risposta secca, quella per cui ogni bimbo è a sè e se c’è un problema di sicuro è una fase. Leggi: sono cavoli tuoi.

Al giorno 5 un’anima pia mi passò di contrabbando due coppette di argento ed ecco che i miei problemi si sono risolti, le ferite si sono rimarginate, la piccola bestiolina ha continuato con il suo attacco assassino ma poi crescendo ha imparato ad aprire un po’di più la bocca. Io le mie coppette, che mi facevano sembrare un po’ Madonna nei pieni anni ’80 e un po’wonder woman, ho continuato a metterle per circa un mese, terrorizzata dal fatto che le terribili ragadi potessero tornare. Quando è stato il momento di mettere il costume da bagno la dignitá ha sconfitto la paura e finalmente le ho dismesse, con mio sommo stupore non ho più avuto problemi. Ma purtroppo è continuata una mia sfiducia di fondo, verso questo allattamento partito malino e proseguito con maratone di latte con una specie di cozza urlante sempre attaccata. Ammetto di aver sperato che il pediatra mi consigliasse il latte artificiale, come se questo potesse essere la soluzione allo stress che la gestione della piccola Allegra comportava, ma ciò non è mai accaduto perchè lei cresceva bene e anche quando gliel’ho propinato io, verso i 5 mesi, sentendomi pure in colpa come un’assassina, la situazione risvegli e “fame” non è di certo migliorata!  Guardando con occhio più critico la situazione di 4 anni fa, oggi mi rendo conto che quella di Ally era in effetti fame, fame di latte, fame di coccole e contatto, niente che io non avrei potuto tamponare con qualche poppata in più (senza cercare di imporre gli orari) e qualche abbraccio e coccola elargita senza la paura di darle brutte abitudini (ho detto vizi?). A mia discolpa, dopo aver avuto a che fare con altri due neonati, devo ammettere che al primo giro me ne è capitata una davvero tosta, il tipo perfetto per mandare allo sbaraglio una mamma modello dilettante.

Quando è arrivata Camillina, sono partita per l’ospedale con le coppette di argento in valigia. Questa volta non mi sarei fatta fregare.

Appena nata, urlava come un’aquilotta (ma va?) e per cercare di calmarla l’ho subito attaccata al seno. Stessa identica boccuccia di rosa della sorella, ho subito riconosciuto l’attacco selvaggio ma questa volta ho sfoderato l’arma segreta e ho iniziato ad usare subito le coppette mettendole non appena lei si staccava. Inoltre ho approfittato della degenza in ospedale per uno skin to skin con attacco continuo (tanto avevo le coppette no?) così lei mi ha stimolato subito una bella montata e ce ne siamo uscite tutte pacifiche, nessuna ragade (anche se ad un certo punto ne avevo intravista una subito rimarginata con l’argento) e tutta una vita di latte davanti. Purtroppo la piccola Camilla, che era di indole davvero serafica, ha tirato fuori una nuova variabile impazzita: reflusso gastro esofageo con gettate di rigurgito da naso e bocca contemporaneamente, puntuali dopo un’ora e un quarto dalla poppata. Inizialmente lei cresceva benissimo, i pediatri definivano la sua crescita eccellente, il suo problemino veniva quindi catalogato come fisiologico e io non potevo farci niente tranne che tenerla verticale dopo le poppate e farla dormire inclinata e pulire, pulire, pulire rigurgito ovunque.

Verso i tre mesi, Camilla si è guadagnata il soprannome di Gandhi, la piccolina infatti piangeva quasi mai, sorrideva assai e aveva spontaneamente distanziato di molto le poppate, a mio avviso un lusso, in veritá era la sua difesa contro il fastidio, anzi il dolore che il reflusso le arrecava. A causa di questo ormai non cresceva più. Il pediatra mi prescrisse il latte antireflusso, iniziammo così un allattamento misto che nel giro di due mesi diventò un allattamento esclusivamente di latte AR. Camilla aveva ripreso a crescere e a mangiare con volontá, ai 5 mesi stava giá seduta come una signorina e a sei mesi abbiamo iniziato lo svezzamento con grande curiositá ed entusiasmo. Il resto è storia.

Sei mesi fa è stato il turno del piccoletto, partita alla volta dell’ospedale con le mie fidate coppette d’argento non potevo immaginare che avrei dovuto affrontare un inizio di allattamento così impegnativo. Innanzitutto è nato un bambolotto dalla discreta presenza, coi suoi 3,750 kg aveva già una notevole forza aspiratrice. Diciamo che giá in sala parto, una volta attaccato al seno, ho intuito che non ci sarebbe stato molto da scherzare. Peccato che i miei bimbi si assomiglino tutti: stessa boccuccia delle sorelle ma con il doppio della forza.

Questa volta le povere coppette hanno fatto il possibile ma le maledette ragadi sono venute lo stesso, ricordo benissimo l’ansia dei secondi prima di attaccarlo, lo avvicinavo e poi lo riportavo indietro per la paura del dolore, masticavo le peggio parolacce, molto lontana dall’immagine idilliaca di una madre che allatta il proprio neonato con sguardo amorevole. Io lo insultavo, pesantemente. In questa situazione ho fatto quello che mi è venuto più naturale, ho continuato ad allattarlo, non ho chiesto consiglio a nessuno, ho continuato a prendermi cura del bimbo e del mio seno, fiduciosa del fatto che sarebbe passato, che lui avrebbe imparato ad aprire la bocca a modino. Ci è voluto parecchio, 10 giorni di, diciamolo pure, calvario. Dieci giorni in cui mi sono interrogata anche sul motivo che mi spingeva ad andare avanti, 10 giorni in cui ho pensto che se mi fosse capitato al primo figlio, avrei sicuramente mollato il colpo. Dieci giorni che sono passati e di cui ho, incredibilmente, un dolcissimo ricordo. Dieci giorni che sono stati solo l’inizio della nostra meravigliosa storia di latte e di amore, in cui per la prima volta non ho mai messo in dubbio la mia capacitá di nutrire e far crescere mio figlio, in cui sono stata fortunata perchè ho trovato un piccolo partner appassionato e molto determinato (anche se un po’irruento😀), una sei mesi di poppate senza orologio e senza conti, ma una sei mesi in cui non mi sono sentita schiava dell’allattamento, semplicemente un allattamento esclusivo e a richiesta, anarchico eppur perfetto. Una storia di amore che non è ancora destinata a finire.

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